Di controra, origano, serta.

Di pomeriggio, durante le ore più calde, quelle della “controra”, ci era proibito mettere piede fuori casa. Il sole era ancora altissimo e l’asfalto rovente. Ed erano proprio quelle le ore più lente della giornata. Sonno non ne avevi. La noia ti assaliva forte. E pure un certo languorino.

E allora me ne andavo al fresco in quello che era una specie di cortile ma chiuso, coperto. I muri di pietra bianca che faceva un sacco di polvere. Sul soffitto invece c’erano a vista i mattoni forati marroni. Quello era il regno dei nonni. Ed era lì che quando mi veniva fame chiedevo alla nonna di prepararmi la “cialledda”. Tutt’attorno a me c’erano corone di pomodori e mazzetti di origano profumato a testa in giù pronto per essere seccato. Sia i pomodori che l’origano ci avrebbero accompagnato poi per tutto l’inverno. La loro preparazione cominciava però durante i mesi estivi. Quando “era il tempo”, quando cioè arrivava il momento giusto, tendenzialmente verso la fine dell’estate, il nonno sentenziava: “vado a fare la serta”. La serta è appunto una corona di pomodori che venivano poi appesi e resi così disponibili per tutto l’inverno. Fino a venti, trent’anni fa era facile vederli in tutte le case contadine. Oggi è sempre più una rarità. I mazzetti di origano pure. Lo si prendeva in questo periodo, nel momento della massima fioritura, lo si legava a mo’ di mazzettino appunto, lo si avvolgeva in un foglio di carta di giornale e vai, a testa in giù, nei luoghi più freschi della casa, nella cantina, nella rimessa, nel vano scale.

Ieri pomeriggio, quando un amico mi ha regalato un mazzetto di origano fresco da seccare e poi utilizzare per profumare il nostro tarallo al cece nero o per la nostra linea di taralli all’origano (che al Nord e all’estero è tra le più amate in assoluto!), sono tornata indietro negli anni, nel cortile dei nonni, con i pantaloncini strappati e la canottiera sporca.

Mi convinco ogni giorno di più che un cibo “vero” debba essenzialmente fare questo: raccontare una storia. Perché il cibo è una storia, una storia che si tramanda di generazione in generazione, di anno in anno, di secolo in secolo.

“Noi siamo quello che mangiamo”. No, non l’ho detto io questo, chiaro. Ma è vero. È dannatamente vero. E allora chiediamoci quello che mangiamo. Andiamo a conoscere le storie di un alimento. Andiamo a vedere le mani che lo hanno prodotto. Andiamo a vedere, andiamo a sentire il profumo dei campi dove è stato coltivato. È la mia rivoluzione, è la nostra rivoluzione. Non smetterò mai di crederci. Fatelo anche voi insieme a noi, insieme a noi piccoli produttori resilienti in un mercato che ci vuole mettere all’angolo. Ma noi all’angolo ci stiamo pure bene! Perché i grandi numeri non ci interessano. Perché prima dei numeri, noi ci mettiamo il cuore e la faccia!

Buona settimana amici cari. Io la comincio così, con un mazzetto di origano in una mano e con un tarallo al cece nero ancora caldo nell’altra.

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