Non chiamateli semplicemente taralli.

Certi giorni ti sembrano più duri di altri. Certi giorni ti chiedi se gli “altri” riusciranno mai veramente a capire cosa ci vedi tu in quegli abbracci dorati che ti hanno cambiato la vita.

Sarà questo strano mese di “maggiembre” come qualcuno simpaticamente l’ha rinominato, sarà che ultimamente ogni giorno mi sembra di combattere una battaglia infinita: a spiegare la differenza tra artigianale e industriale, tra ricetta tradizionale e rivisitazione. Certe volte sembra che sia tutto un “chi sei tu e chi sono io”. Ma il senso dove sta?

Che senso avrebbe avuto produrre lo stesso identico tarallo industriale e semi-industriale? Se ho fatto, se abbiamo fatto tutto questo è per colmare quello che io ho visto come gap. Negli ultimi venti anni almeno, i taralli artigianali sono scomparsi dal mercato. Ho sentito e sento ancora la necessità, quasi l’urgenza, di portare avanti di nuovo una ricetta tradizionale, che parla di un profumo antico, quello dei forni a legna di una volta, quelli che stanno scomparendo piano piano dappertutto.  

Ecco qual è il senso. E allora sapete che c’è? Io questa battaglia la voglio combattere, giorno dopo giorno, schiaffo dopo schiaffo, critica dopo critica.

Mia madre dice che ogni giorno assomiglio sempre di più alla bisnonna Olimpia. E, dai racconti di questa donna che mi accompagnano fin dai primi ricordi che ho, mia madre non si sbaglia. I miei taralli parlano anche di lei, della bisnonna Olimpia, della nonna Isabella. Parlano di queste grandi donne del Sud, dell’amore viscerale verso la terra che ha guidato queste donne nel lungo complicato assurdo meraviglioso cammino che chiamiamo vita.

Non chiamateli semplicemente taralli: per me sono l’abbraccio con il mio mondo, l’anello di congiunzione tra tre generazioni. E quando andate a fare la spesa,  ascoltatelo il prodotto, ascoltate quale storia ha da raccontarvi… se ce l’ha una storia.

“E per quanta strada ancora c’è da fare, amerai il finale”

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